Lo squalo grigio di ChiaLo squalo grigio di Chia

Lo scorso agosto è stato ritrovato al largo di Chia uno squalo grigio, morto intrappolato nelle maglie delle reti da posta.

Ce ne parla lo studioso Luca Zinzula, che ha svolto il controllo dell'esemplare nel laboratorio del nostro Centro.

 

Lo squalo di Chia

Per i pescatori, che issando a bordo le reti lo hanno trovato ammagliato, quello era un "pisci bistinu", nome dialettale con cui sono soliti identificarlo. Per noi, che ci accingevamo a esaminarlo, si trattava di uno splendido esemplare di squalo grigio.

Un siluro lucente di quasi due metri, dal colore metallico e la pelle ruvida, insieme snello e possente, si trovava ora disteso sul banco da laboratorio del Centro di Recupero "Laguna di Nora".

Tutto era accaduto alcune ore prima, qualche miglio al largo di Capo Spartivento, nella costa sud occidentale della Sardegna, in uno specchio di mare che guarda verso le candide spiagge di Chia, su un fondale di settanta metri. Attratto forse dal branco di palamite finite nel sistema di reti da posta, il predatore vi era rimasto anch′esso ammagliato. Così, quel "pisci bistinu", d′interesse commerciale pressoché nullo ma con un valore scientifico ben più elevato, veniva consegnato al personale della Laguna di Nora, che lo avrebbe di lì a poco correttamente classificato, misurato e campionato.

Ora stava davanti a me, che ne scorrevo la sagoma con la mano e già sapevo, dal primo istante, quali fossero il nome e il cognome scientifici di quello squalo. Il protocollo, però, imponeva d′arrivarci per gradi, attraverso un processo di esclusioni e scelte di caratteri anatomici rappresentativi. E allora via, cinque fessure branchiali, due pinne dorsali, la seconda più piccola della prima. Una coda falcata, con il lobo superiore più lungo e un muso a cono smussato. Non c′erano dubbi, un carcarinide, membro di una famiglia di squali che annovera diverse specie, tutte sfortunatamente fin troppo simili, anche per un occhio esperto. Squali grigi, li chiamiamo.

Lo qualo grigio nel laboratorio del nostro Centro

Proseguivo osservando altri dettagli, cercando prove oggettive per attribuire il nome della specie che avevo in mente. Tra le tante, la prima pinna dorsale, alta e triangolare, che iniziava proprio sopra il margine posteriore della pettorale. Poi una leggera cresta mediana, lungo tutto il dorso, giù fino alla coda. Un′ultima occhiata al muso, sul lato inferiore, a valutarne la lunghezza in rapporto alla larghezza della bocca; infine uno sguardo ai denti, decisivo e ultimo esame. Carcharhinus plumbeus, squalo grigio, ecco il verdetto. Maschio e adulto. Una specie cosmopolita, pelagica e costiera al contempo, ritenuta comune in tutto il Mediterraneo.

Un animale spesso gregario e capace di ampie migrazioni, eccezionale predatore di pesci, crostacei e molluschi che popolano i fondi sabbiosi. Diffuso ovunque, al punto che questo, proprio quello che stavo ammirando, veniva da un tratto di mare quasi antistante. Lo squalo di Chia, per l′appunto.

I colleghi filmavano, fotografavano, misuravano e prelevavano campioni. Io intanto pensavo a quanto ancora poco sappiamo su queste elusive creature. Pensavo al commento dei pescatori su questa cattura accidentale, per loro nemmeno troppo insolita: "ne prendiamo di frequente, spesso issandoli ancora vivi, al punto che riusciamo persino a liberarli". Pensavo agli squali, dominatori fragili di un ecosistema il cui degrado rappresenta la più grande minaccia alla loro esistenza. Pensavo infine al mare di casa nostra, da cui quello stesso squalo proveniva, capace ancora, al di là di ogni ragionevole stima e aspettativa, di regalare emozioni, e sorprese, proprio come quella che avevo innanzi a me.

Luca Zinzula


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